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domenica, 30 agosto 2009

Se come me siete assolutamente convinti che le assegnazioni degli astronautini argentati agli MTV VMAS siano sempre state sacrosante, bè, questo non è il post che fa per voi.

Con un’operazione a metà tra il cinefilo e il revivalistico, gli organizzatori dei VMAs 2009, che si terranno in quel di New York il prossimo 13 settembre, hanno inserito nel programma la croccantissima categoria Best Video (That Should Have Won a Moonman). Una compensazione postuma, o qualcosa del genere. La cosa davvero interessante è che i videi in nomination sono quasi tutti degli anni ’90 (7 su 10). Non poteva essere altrimenti, visto che la storia dell’evento comincia nel 1984, e visto che fino al 1991 (Smells Like Teen Spirit e Losing My Religion), come è noto, non sono stati prodotti video degni di nota. Ovviamente scherzo.

Naturalmente, è impossibile al momento dire chi si porterà a casa questo ambitissimo premio.

 

Molti di questi video sono di autori consacrati. Quell’intelligentone di Michel Gondry appare con ben due nominations. Come sapete, i video di Gondry rientrano grossomodo in due categorie: 1) video “matematici”, basati sulla ricorsività immagine/musica o su altre interazioni para-sinestetiche tra queste due componenti del video (es. Around the World dei Daft Punk, o Bachelorette di Bjork); 2) video basati su cose che Gondry stesso si è sognato. Interestingly enough, entrambi i video nominati si inseriscono nel secondo filone. In particolare, se ben ricordo un’intervista contenuta nel DVD della serie The Work of a Director a lui dedicato, Everlong acts out un sogno ricorrente di Gondry bambino, quello di avere una manona gigante, e di cantare nei Foo Fighters. Il risultato, sia per questo che per il video di Bjork, è indecently bizarre. La scena delle gambe che diventano ciocchi di legname in Everlong, è ormai consegnata alla storia del cinema; che dico, alla storia del cinema francese.

Un altro video d’autore (e quello che secondo me merita il premio) è di quel sopravvalutato di Spike Jonze: Sabotaggio dei Ragazzi Bestiosetti. [memorabile la traduzione della canzone in italiano presente nell’episodio 1:09 di Futurama]. Il video è storicamente importante per aver rilanciato, già nel 1994 (anni prima di Quentin Tarantino e di Marco Giusti) il genere del poliziottesco anni Settanta. Non altrettanta fortuna ebbero, i ragazzi di NYC, circa 4 anni dopo, nel tentativo di riesumare gli stili del film d’azione anni ’60, tipo Diabolik, anzi proprio Diabolik: Body Movin’, 1998, diretto da Nathanial Hornblower (un alias di MCA), risulta infatti piuttosto farraginoso. Tornando a Sabotage, che dire? Pierantonio Z. became a fan of Alasondro “The Chief” Alegré. E anche del tizio che sbatte la testa sul cofano, verso la fine.

Almeno due videi, quello di David Lee Roth (Pete Angelus & David Lee Roth, 1985) e del Dr. Dre (Andre Young, 1993) sono inseriti nel lotto non tanto per presunti valori artistici, ma (così almeno mi sembra), perché a loro modo iconici (o simbolici, o indicali) di una particolare fase del declino della Civiltà Occidentale.

Forse, a voler essere molto cinici, un discorso del genere si può fare anche per il video (1990) di Giorgio Michele (sono l’unico al mondo a preferire la versione del 1996 di Robbie Williams, primo suo singolo dopo la fuoriuscita dai Take That?), e, in misura minore, per quello di Tom Petting (1991). Essi video contengono infatti guest stars di rilievo: rispettivamente, una carrettata di “supermodels”, termine inventato proprio per quella generazione di modelle lì, le Linde Evangelista e le Naomi Campbell, oggi senescenti se non senesciute (‘a bellezz’ senesciut’, direbbero a Napule), e un imberbe Johnny Depp (plus guests, come scrivono quelli dell’Indipendente quando ancora non sanno i nomi dei gruppi spalla), bleah. A ‘sto punto tanto valeva mettere Crazy (Marty Callner, 1994) degli Aerosmith con Liv Tyler+Alicia Silverstone o Chariot (Zach Braff, 2005) di Gavin Degraw con Donald Faison. [pensierino della sera: se il videoclip, che in Giappone chiamano trasparentemente PV, promotional video, è per certi versi una forma di advertising, in che misura possiamo equiparare le guest stars famose che vi compaiono a dei testimonial?]. Freedom! ’90 è comunque di David Fincher, all’epoca già regista di alcuni video della madonna (Express Yourself, 1989, su tutti, che mescola estetica sovietica -e pure parecchio gaya- della salute operaia a un indimenticabile cross-dressing della cantante).

Sugli OK Go (2006), unico video degli anni ’00, stendiamo un velo pietoso. Si potrebbe dire che questo video è uno dei simboli dell’era dello user content web, ma fa talmente cagare (è poco più che una trovata, artigianalmente molto ben fatta), e loro sono talmente sfigati, che a confronto gli Weezer potrebbero uscire con le supermodelle di George Michael di cui sopra. Un video che è non è un video, né cinema: forse televisione, anzi web tv.

Parma Police (Jonathan Glazer, 1997) è un video basato su quel drammatico fatto di cronaca, in cui un ragazzo ghanese di colore fu pestato selvaggiamente da degli sbirros in Emilia. Oppure parla della band più pretenziosa del secolo…? Non mi ricordo bene.

[Karma Police, arrestate quest’uomo]

[La polizia incrimina, la legge assolve]

[Indultocrazia]

[taxi, insegua quell’uomo]

[striscia di fuoco, insegua quel taxi]

[Un video nell’era dell’FPS]

[Carmageddon indie-rock]

[Gli stupratori rumeni ubriachi al volante dell’Occidente]

[questo è product placement virale, anzi occulto]

[molto occulto]

[ahimè]

postato da: perspazi alle ore 01:23 | Link | commenti (3)
categoria:music, television, music video studies
lunedì, 24 agosto 2009

Panico in Europa (Panic at the Disco?) intorno al 2003-2004, quando sembrava che neoacustici e affiliati stile Kings of Convenience, o vari indie-pop-rockers tipo Kashmir, Sondre Lerche, Belle and Sebastian o chessò io, avrebbero imposto la loro moscia legge al decennio; fortunatamente, si è trattato solo della fantasia (per lo più giornalistoide) di un’estate.
[I danesi Kashmir sono comunque artefici di uno dei video di animazione più carini del decennio: dovreste avere un apparato meccanico al posto del cuore per non commuovervi (ehi!, ma il cuore è un apparato meccanico!). Per questo video, hanno vinto anche un Danish Music Award].
In realtà, la questione andrebbe posta in altri termini, a partire da una parola chiave: Coldplay. Coldplay significa soprattutto una variante di soft rock, indie ma non troppo, tendenzialmente adult-oriented, tendenzialmente europea (meglio se  britannica o nord-europa), spesso piano-driven, che pur essendo gradevole, non ha sufficiente incisività stilistica per costituire un genere a sé stante. Difficile dire se sul decennio abbiano influito di più Parachutes (2000) o A Rush of Blood to the Head (2002), per dire. In ogni caso, è probabile che se non ci fossero stati i Colplay a invertire drasticamente la rotta di (o meglio, ad affossare) ciò che per tutti i ’90 era stato chiamato col nome di ‘britpop’, (flash per aiutare la memoria: pensate ad Elastica, 1995), rendendolo più polito ed elegante, anche nel look dei musicisti, difficilmente avremmo avuto i successi di un certo tipo di pop-rock classicista o neoclassico che hanno marcato il decennio: Keane, Thirteen Senses (la band nota soprattutto per aver piazzato questa canzone qui in questo pilota qui), Snow Patrol, o, oserei perfino dire, James Blunt. [a proposito degli Snow Patrol, colgo l’occasione per ricordare ai più giovani che questa canzone (un altro indubitabile classico degli anni ’00) non è di Leona Lewis. Il dovere della memoria.]
I Coldplay hanno portato discontinuità, in un certo senso. Paradossalmente, senza questa discontinuità, non sarebbe esistito, come etichetta, il post-punk revival di oggi. Se il britpop fosse sopravvissuto nel mainstream, forse nessuno si sarebbe sognato di parlare di new wave revival qualche anno dopo, ma solo di una nuova fase/evoluzione del britpop stesso... ma questa è solo un'ipotesi suggestiva...

 

In effetti, verso la metà dei 2000, sempre in UK, è venuta fuori (hanno portato allo scoperto) questa notevole composita scena neo wave (o pust-punk revival, che dir si voglia): Franz Ferdinand (2004), Bloc Party (2005), Editors (2005),  Maximo Park, (2005), Arctic Monkeys (2006), Kaiser Chiefs (2005) [tra parentesi gli anni di esordio e/o esplosione], ecc., ecc., tutti gruppi eccellenti che ascolteremo ancora tra 20 anni. Pur producendo alcune tra le cose più belle e meno caduche del decennio (anche nelle sue disparate declinazioni a stelle e strisce: Interpol (2002), Killers (2004), ecc.), questa “scena” ci lascia un certo retrogusto passatista, una sensazione che a fare musica così, come i Jam o come i Joy Division o anche peggio (gli ultimi singoli dei Ferdinands dovrebbero imporre a tutti una severa riflessione sul fatto che siamo a bordo di un Eurostar City lanciato a tutta corsa verso il 1985, fermate intermedie Alphaville e Soft Cell Town), si cammini un po’ come gamberi, per quanto bei gamberoni appetitosi, eh.
Certo, questa “scena”, è talmente vasta ed eterogenea che ce n’è davvero per tutti i gusti: vi si possono cogliere movimenti reazionari così come scatti verso qualcosa di mai ascoltato prima. Dalle sempre più invadenti contaminazioni dance dei Bloc Party alle eroiche lagne degli Interpol, dalla derivativeness alla seconda dei White Lies alla new wave danzereccia da manuale delle Scimmie Artiche [oserei dire che il loro secondo singolo (2006) la diceva già lunga sulla danceability di molte loro canzoni, nonché sull’elettropop dei robot del 1984]. Nel corso del decennio, ciascheduno di noi ha avuto variamente a che fare con questi qui, affenzionandosi maggiormente agli uni, od odiando invece gli altri.

Ma a parte il fatto che è stata la colonna sonora dei nostri atti di cyberbulllismo più efferati, e delle nostre girate in macchina con i rumeni ubriachi pirati della strada, e dei lieti momenti in cui abbiamo visto l'Italia in ginocchio per il maltempo o presa nella morsa del gelo (tutte attività tipiche degli anni '00), questa "scena" non ha avuto praticamente nessun impatto a livello di fashion e stili di vita, specialmente tra i teen. Non mi è capitato ancora di vedere qualcuno ispirarsi allo stile di Paul Banks, a parte me. Del resto, il target di costori era assai più elevato, direi tardo ventenni/trentenni. Ed i cuori di costori troveranno grandi amori. E poi diciamolo: anche molti di questi non scherzano, in quanto a “distinzione”, pretese arty, flirt dichiarati con l'avanguardia (storica, neo- e trans-), ecc. L'effetto è spesso glamorous al punto giusto. Immaginatevi uno spot di Armani con musiche dei Pearl Jam o dei Nirvana. Brucerete all’inferno per questo.

[il massimo che possiamo permetterci, noi rocchettari, è uno spot della Garnier con i Transplants (vedi un This ain’t the planet of sound di un paio d’anni fa), aggiornato proprio in questi giorni con l’inserimento dei Klaxons]

[A proposito dei kitchissimi Klaxons, siccome fanno saltare le classificazioni e fanno la scelta vincente [come dite? Madchester revival? Revivalisti di qualcosa pure loro? Cazzo, gli anni ’00 sono davvero gli anni del revival come categoria assoluta, la prima decade impossibilitata a non essere postmoderna… ma anche no], meritano il mio personalissimo pollice su, alla Dan Peterson]

[Questo sarà il mio massimo addentramento nella scena elettronica, amen]

[Quanto ai discografici che svendono così ignominiosamente le loro band, stiano attenti. Perché quando il proletariato avrà alzato la testa, per loro non ci sarà più scampo]

[Coi maestri vinceremo]

[Alla peggio, faremo i conti con loro il 21 dicembre 2012]

[Il 21 dicembre 2012, faremo i conti tutti]

 

 

(continua...)

postato da: perspazi alle ore 03:13 | Link | commenti (2)
categoria:music
sabato, 22 agosto 2009

Cosa resterà di questi anni ’00?

È da un po’ che ci penso. Almeno dal 2001, l'anno in cui è successo quell'evento indimenticabile per la storia di tutti noi, che ora però non mi ricordo. Ah, già, lo scioglimento delle Spice Girls.

Siamo già oltre la metà del 2009, wow. Quando nel 2000 pensavo a come sarebbe stato il 2009, mi immaginavo automobili volanti o almeno la possibilità di scaricare la mia copia di Lucy Liu su un robot vergine! E invece...


I 2000 si sono aperti con un revival del garage rock stile The Strokes, The Hives, The White Stripes, The Vines, The Libertines, ma soprattutto The Sums (seguire il link per capire la battuta, e godersi uno dei più bei momenti di satira musicale del decennio). Mi ricordo che The Libertines era stato proclamato disco dell’anno 2004 da un botto di riviste in Giappone, il che marcava evidentemente l’apice di questo (molto presunto) movimento. Vi ricordate poi che il successo degli Hives (comunque sacrosanti: A Pelle (qui ritratto in un momento di fulgida consacrazione, quale l'essere introdotti da Jimmy Fallon), figlio di Apollo, fecero una palla di pelle di rock’n’roll –questa fa cagare) aveva fatto parlare molti di Swedish Invasion? - e tutti in Burning Hearts a fregarsi copiosamente le mani, salvo vedere sfracellarsi i tentativi di imporre a livello globbale band pur simpatiche come The Division of Laura Lee o The Mandos Diaos; per non parlare delle manovre per infilarci per sopramercato anche gente che non c’entrava niente, tipo i The Millencolins (i pionieri di Orebro) o i The Turbonegros (per inciso norvegesi, per inciso molto più hardcore, e sempre per inciso molto più sexy di tanti). Di tutto ciò, oggi, è rimasto ben poco di visibile, al di fuori dei circolini di intenditori. Ammesso che siano mai stati un fenomeno di massa, tutti questi gruppi di ‘scuotimento del buco per auto’ revivalista lo sono stati a un livello molto ‘distinto’ (in senso bourdieuiano): ascoltiamoli per darci un tono. Gli Strokes, per esempio, sono tra i modelli a cui si ispira Francesco Mandelli nel vestirsi, ma ciò non toglie che Is This It? e Room on Fire siano dei grandi album. Oppure, la  circolazione di certuni di questi gruppi è stata giocata a un livello imbarazzantemente episodico (pensate ai Jet, autori di una canzone, peraltro rubacchiata qua e là, quella della pubblicità della Vodafone).

I primi anni 2000 hanno visto anche il picco commerciale e la definitiva uscita dal mainstream della stagione nu metal/crossover (probabilmente la cosa musicalmente più moderna e innovativa che si sia vista nel mainstream rock degli ultimi 20 anni) [N.B.: per chi scrive Nickelback e/o Staind non sono ovviamente new metal], con la progressiva riconversione di gruppi come Linkin Park, Papa Roach, Incubus, Deftones per lo più verso forme di hard rock tendenzialmente seventies-revivaliste ben poco incisive, mentre altri, come gli Evanescence, autentici latecomers del mainstream nu metal, viravano verso il goth rock, qualunque cosa esso sia, o si eclissavano, come i Limp Bizkit (per non parlare della fine che ha fatto Kid Rock). I Limp Bizkit saranno stati anche dei buzziconi (Chocolate Starfish fu stupidamente massacrato da certa critica quasi unicamente per la sua volgarità), ma ci hanno lasciato certi pezzacci di pura ignoranza rock-turntablista che rimarranno indiscutibilmente nella legacy del decennio. Keep on rollin', baby.

I primi anni 2000 hanno visto anche un clamoroso fad dello ska-punk! Che robe!  Era l'onda lunga della leggendaria third wave statunitense (amo citare  a casaccio band che io e pollosmidollato si ascoltava massivamente in quegli anni: Link 80, The Hippos, The Impossibles, Five Iron Frenzy, gli inglesi Farse...) che impattava col vecchio continente. Pensate ai Meganoidi, salvatori della scena indie italiana nell’estate del 2001! (questo video è talmente vintage che è preso da TMC2...) Pensate all’affetto e all’odio suscitato dagli Ska-P! In quel biennio 2001-2002, quando Carlo viveva nella lotta, siamo stati tutti molto più spensierati, ascoltando la sigla di Kurochan cantanta da Cristina d’Avena [la segnalazione, tempestiva, di questa incredibile virata ska di Italia Uno spetta ovviamente a Sergione]. Quanto questo fenomeno sia stato solo sud-europeo è provato dal fatto che negli stessi anni nel mondo anglosassone per lo più si andava giù di Infest e di Hybrid Theory.
Quest’ultimo produsse effettivamente un inno generazionale talmente pervasivo che lo cantavano perfino i garzoni de’ panettieri, come in quell’episodio del Sacchetti in cui Dante Allighieri fa conoscente uno fabbro e uno asinaio del loro errore, perché con nuovi volgari cantavano il libro suo: mi riferisco ovviamente a In The End (video orridodepilante), che comunque non vale mezza Papercut, per dire.

Poi, intorno al 2004-2005, negli USA, l’emo ha cominciato a prendere il sopravvento anche a livello di mainstream. Probabilmente è stato quello sleeper di Bleed American (2001) (qui in un momento di visibilità nazionale) ad aprire le danze, anche se in Europa ha avuto un impatto limitatissimo, al di fuori della scena punk rock (basti pensare a quanto calligraficamente sia stato imitato dalla scena romana di inizio ’00, Vanilla Sky & Friday Star in testa). Questa variante di emocore con molti hook e sempre meno hardcore si trovava alla naturale intersezione tra gli sviluppi del pop-punk di fine/inizio secolo (ricordate il botto già tardo-Novanta dei Blink – 182? E dei Sum 41? E gli Offspring di Americana?) e certe tendenze del rock US un po’ più radiofonico ma intimista, stile Dashboard Confessional o Matchbox Twenty. Anche Avril, che secondo me rimane una delle icone assolute del decennio, esordendo nel 2001, ha preparato abbondantemente la strada per queste cose, raddrizzato i loro sentieri, e avuto un’influenza enorme sulle sottoculture vestimentiarie giovanili. Inoltre, secondo me, Under My Skin è un album mica male. Ora potete smettere di stimarmi.
Ecco, ora che ci penso, la prima volta in cui ho visto un video emo, pensando "questo è emo", nel senso attuale del termine, fu all'incirca nell'estate del 2003. Il video era ovviamente Cute without the 'E' dei Taking Back Sunday. "Your lipstick / his collar / don't bother angel / I know exactly what goes on". Indimenticabile. Un classicone dei nostri giorni. Una canzone inconcepibile, se non fossero esistiti i Get Up Kids. In questa prima fase, anche Déjà Entendu (2003) dei Brand New contribuì non poco a definire il genere. Un album che mette d'accordo tutti, con singoli memorabili come Sic Transit... Glory Fades ("Die young and save yourself!!!") e The Quiet Things eccetera eccetera. Ma mi sto dilungando.

Il passo verso un uso indiscriminato del termine ‘emo’ è stato brevissimo e tumultuoso, tanto che qua e là per la blogosfera capita di vedere affibbiate patenti di emotudine a gente tipo Weezer (!) e Bad Religion (!!!). In linea di massima, è piuttosto evidente che l’emo da mainstream è venuto dividendosi in tre o quattro filoni: uno più aderente alla scena punk rock da cui proveniva (prendete i Fall Out Boy, che almeno fino a From Under the Cork Tree suonano come una variante più soft ma non meno chicaghese dei Lawrence Arms, che a loro volta dovevano moltissimo ai Jawbreaker di Dear You); un altro, che ha flirtato con le varie sottoculture gothic e dark, contribuendo deleteriamente a creare lo stereotipo dell’emo kid cutter e autolesionista (My Chemical Romance su tutti, oggi già in declino); e infine, uno che si è inserito allo sviluppo della scena post-hc (del resto, l’emocore stesso delle origini, dai Saetia ai Sunny Day ai Texas is The Reason ai Rites of Spring altro non era che una branca della scena hc della East Coast), e in questo caso gli alfieri sono probabilmente i newjerseyini Thursday, o quanto meno il gruppo che ha avuto più visibilità mainstream. Un quarto filone, di più recente varo, tende a ibridarsi con il revival anni '80, producendo delle cose francamente discutibbili.
«Play Fugazi, play Repeater» [template: cover imperdibile da ascoltare], cantavano gli ineffabili Pansy Division nel 1995 (purtroppo il queercore invece non è decollato, meno cazzi per tutti). Qui, cioè in un punto indefinito tra At the Drive-In (ma pre-Mars Volta, per amor del Cielo e della Terra), Fugazi (ma senza altrettali benché più mediate derive prog o psichedeliche, grazie agli Iddii) e Earth Crisis, si colloca anche l’aggancio con la scena metalcore, particolarmente fiorente nella seconda metà dei 2000, sebbene non visibilissima fuori da MTV2.

 

(continua...)

postato da: perspazi alle ore 02:20 | Link | commenti (3)
categoria:music
sabato, 01 agosto 2009

Mestizaje. L’integrazione interetnica procede a grandi passi a Marghera, Veneto, una città dove capita di leggere sui muri scritte come PUTANNE UKRAINE e TUTO SERBO ZINGERO. Mi sembra carino che tra stranieri ci si insulti in italiano: la grande lingua franca per mandarsi affanculo.

 

Latinitatis vestigia. L’aver studiato il latino per cinque anni della mia vita ha fatto di me una persona migliore e mi ha messo in contatto con le radici più vere della mia patritaliana. Ab ovo. Nec nimis. Sed non satiata. Ma soprattutto, non praetereunda oratio Critognati videtur.

La giustificazione più bella che ci davano per tanto studio del latino (in un liceo scientifico, tra l’altro) era che serviva a stimolare le facoltà logiche. In realtà, suppongo che se proprio si debbano stimolare le facoltà logiche e analitiche dei pueri, sarebbe forse meglio insegnargli direttamente la logica e l’analitica (della finitudine). Ci sono tante persone che hanno bisogno di studiare logica. Io ho bisogno di studiare logica. Quindi, io sono tante persone.

 

Ogni adolescenza coincide con la guerra, ma la vostra la state evidentemente perdendo. Che bella l’estate andiamo in massa al Lido con gli occhiali a goccia e i mullet e i pantaloncini a fiorellini ascoltando shake shake shake shake shake it sull’ipod, siamo il proletariato più analfabeta d’Europa l’anno prossimo ci iscriviamo a Orientali.

 

Twilight ci ha rotto i coglioni. Dopo che il professor Andreas Regelsberger dell’Università di Trier ha parlato per un’ora e mezza delle immagini dei mostri nella letteratura popolare giapponese del Novecento e nel cinema horror contemporaneo, una studentessa si alza e chiede: «E i vampiri?».

 

The Bitters. C’è una canzone lancinante, in Folie à Deux (2008), ultimo album lancinante dei Fall Out Boy, il gruppo che ci ricorderemo negli anni ’20 come icona degli anni ’00 (oserei dire che questo album, una specie di spugna di tutte le modine mtviane dei tardi ’00, revival anni ’80 compreso, lo conferma alla grande). L’album è lancinante poiché, per quanto gustosamente merlodico come qualunque produzione del quartetto midwestino (vedi futuro post sulla scena emo del Midwest come espace démuni di capitale culturale e quindi strutturalmente portato all’appropriazione dell’ultima voga musicale a fini di empowerment), è un pastone tendenzialmente indigesto, ripieno di contaminazioni anni ’80 da paura, anni ’60 da paura, e delle canzoni, che non pestano manco per errore, la vostra ragazza apprezzerà? Non credo.

Sta di fatto, che la canzone lancinaus di cui sopra è What a Catch, Donnie: è il vertice di certi ammiccamenti beatlesiani (avete letto bene) presenti qua e là nell’album (facilità al coretto sfumante collettivo averbale, giri di piano, giri di strings, giri di palle, gioconde trombettine pennylaneiane, et similia). Con gli ammiccamenti beatlesiani si mira dritti come fusi all’istituzionalizzazione, ed è triste constatare che ciò vale oggi come 40 anni fa. Anzi, paradossalmente, ciò vale forse di più oggi, se è vero che antichità equivale a capitale simbolico.

What a Catch, Donnie, abbastanza lagnosa e interpretata con la solita tenorile veemenza dal cicciotello basettato dei nostri cuori (Patrick Stump), si conclude con un loop di nannannà, accanto al quale si situano riprese di precedenti canzoni celebrissime di Pete Wentz e soci: proprio come nel finale di All You Need Is Love, per dire. La cosa è una figata perché i morceau famosi sono cantati da altrettali famosi cantanti con eyeliner (tra i quali Elvis Costello). Irresistibile. In realtà, ciò che emerge più di tutto da questo omaggio/ipercitazione è la drammatica somiglianza strutturale tra diverse canzoni dei FOB, che in molte (tipo la mia amica di facebook cuoricinaspezzata91) noteranno per la prima volta proprio grazie a questo escamotaggio.

 

YVAN EHT NIOJ. I dieci audiodischi che ho ascoltato di più negli ultimi tempi, in ordine sparso:

1)      June of 44 – The Anatomy of Sharks

2)      Fabri Fibra – Bugiardo

3)      Disciplinatha – Un mondo nuovo

4)      White Lies – To Lose A Life

5)      The Vandals – Hollywood Potato Chip

6)      Fugazi – 13 Songs

7)      Fall Out Boy – From Under The Cork Tree

8)      Deftones – Adrenaline

9)      Verdena – Verdena

10)  Alice in Chains - Dirt

 

Il gruppo italiano più odiato degli anni ’90. Un mio amico, robusto concert-goer, amava raccontarmi di una volta che, in non so quale cazzo di fottuto centro sociale del dannato Nordest (sto creando un po’ di atmosfera), a un concerto dei Prozac + qualcuno del pubblico tirò una bottiglia di birra sul palco, colpendo la cantante, o la bassista, o entrambe, tra l’entusiasmo generale.

Perché odiavamo così tanto i Prozac +?

Di Pordenone?

Ascoltando il picco massimo della loro carriera, Acido Acida (1998), a distanza di un decennio, onestamente, non lo capisco del tutto. Oddio, fanno musica mediocre e, soprattutto, molto ripetitiva, rimasticando un’idea strutturale (a volte addirittura melodica) per almeno tre o quattro canzoni. Inoltre, c’è una serpeggiante estetica junkie che fa abbastanza post-Trainspotting. Ma tutto sommato, un punk rock così tranquillo e sempliciotto, roccioso e schietto, in fondo si lascia ascoltare senza troppe fisime. Forse, non gli si poteva perdonare di non fare parte del circolino del rock italiano (centrosocialino o meno), e di aver venduto così tanto (anche se il precedente Testa Plastica aveva avuto riscontri di critica positivi).

Interpretazioni vocali sopra la media della coeva scena italiana, graziosi diversivi indie (come nella midtempo, un po’ lagnosa, Ics, che potrebbe benissimo far parte del repertorio di una band di college rock giapponese), in un mood complessivo inconfondibilmente chugga chugga che per il 90% ha come fonte ispiratrice gli Offspring (o giù di lì) e per il 10% gli Smashing Pumpkins (o su di lì). Suono molto pieno, che non va via pestando stile hc, ma che preferisce creare qualcosa di avvolgente, come si faceva in quegli anni, cupi e difficili per la classe operaia, assorbita la lezione del grunge più commerciale. Alla fine la cosa meno peritura rimangono certi tenerissimi versi tronchi sdruccioli con simpaticissime diastoli a tutt’andare, tipo: «guardo il ventò / che soffià / la lucè / che cadè» (Quando mi guardo).

postato da: perspazi alle ore 23:55 | Link | commenti (3)
categoria:music, wasteland
lunedì, 08 giugno 2009

Io sono abbastanza convinto di essere un visionario della musica. Come Max Gazzè.

Questa fantasia para-scientifica, dettata da una quantità insolita di alcaloidi indigesti nell’estomac (stile bezoar di uno degli ultimi in Italia trasmesso di House episodio), lo dimostra.

 

Tsukuhae 月映, parola dalla pronuncia estremamente culta che si traduce in italiano come Lucore lunare e in inglese come Moonglow, è il titolo della fanza (alla fine era una fanza) di quel trio di giovani irrequieti xilografi che erano Onti Koosiroo, Fuzimori Sizuo e, il più celebre d’intra essi, morto giovane nel 1915 come una vera rockstar incompresa, Tanaka Kyookiti. I tre fondorno codesto dōjinshi che durò circa un annetto (9.1914 – 11.1915), raccogliendo le loro xilografie che evolvevano dal liberty melanconico del grande Takehisa Yumeji verso le avanguardie storiche. Angosciose ed espressioniste quelle di Tanaka: uomini sepolti nella terra da cui spuntano radici, o i cui contorni si trasformano in proliferare di spore fungine; tendente all’astrazione d’après Kandisky (e, secondo alcuni, d’après le Luigì Rüssolò di Maison + lumière + ciel) il buon Onchi, che fu collaboratore anche della rivista Kanjō (Sentimento), e sodale di Hagiwara Sakutarō. Fujimori invece non se lo caga nessuno.
Hagiwara Sakutarō, come ricordano tutti i lettori di Fase sakutariana, è stato l’autore dei versi post-adolescenziali più forti della storia del Giappone, robe tipo:

 

Volto malato sul fondo della terra

Di chi è quel volto, di chi quella guerra?

 

Oppure

 

Sono angosciato, terribilmente angosciato

Porto come di vasi un carico, barcollato

 

Versi liberamente tradotti, con invenzioni, da me.

(beccatevi se volete cose più serie, le versioni di Ikuko Sagiyama o di Hiroaki Satō).

O, di poesie con titolo tipo Il motivo per cui l’uomo che sta dentro la casa appare come un malato deforme.

Un mito.

Pierantonio Zanotti became a fan of Hagiwara Sakutarō.
[vi supplico, joinate la mia pagina su facebook, non è possibile che la cladonia cristatella (con tutto il respect) abbia più estimatori di Saku]
[Saku è anche un regista italiano di videoclip. Mi viene in mente la quintessenza dello screamo italiano, che insomma, cioè Alibi Party (2008) dei Dufresne]
[lo screamo in italiano lo intelligo ancor meno di quello in inglese] [
ciò mi è di consolazione]
[questo video è ospite fisso della rotazione di Superock]
[e lo è anche della rotazione del mio cuore, mentre leggo Twilight]

Abbaiare alla luna (Tuki ni hoeru, 1917), la raccolta d’esordio di Sakutaroo che segnò l’inizio della poesia moderna in Giappone, oltre a essere di suo un capolavoro che dovete leggere, era anche illustrata da maravigliose tavole di Onchi e Tanaka, al quale ultimo il buon poeta di Maebashi figlio scioperato di un medico prestigioso della zona, provetto mandolinista, self-convinced sosia di Buster Keaton, morto nel 1942 di polmonite, dedicò anche uno scritto encomiastico in appendice alla propria raccolta di esordio.

Insomma, perché ho scritto tutto ciò? Così.

Non ci crederete (con chi sto parlando?), ma queste considerazioni mi sono venute in mente accompagnate a un basso di una certa importanza, all’inizio della seconda sigla finale di Orange Road, una lagna cantata da Wada Kanako, che dice, non senza brio nel ritornello, Kanashii haato wa moete iru wa / Daite daite daite faiaa rabu (il mio triste cuore è in fiamme / abbracciami abbracciami abbracciami (o anche: “dai te, dai te, dai te”) fire love). Fire walk with me, ti catturerò con il mio sacco mortale, eccetera eccetera (citazioni da neofita di Twin Peaks, quale io sono).

Verificate le indicibili somiglianze della sigla con i geometrismi inquieti, i tratteggi torvi di Tanaka, e ditemi se non è vero che la Cultura Giapponese è costante nel suo amore millenario per la Natura.

Seriamente, provatevici.

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categoria:music, music video studies, anime manga
martedì, 17 marzo 2009
Segnalo questa meravigliosa attività extracurricolare curata dagli studenti di giapponese del Dipartimento di Studi sull'Asia Orientale dell'Università Ca' Foscari di Venezia.
Ho sentito dire che in quell'Università insegnano professori a contratto giovani e dinamici che si battono con impegno contro la cultura umanistica, l'anacronistica centralità della letteratura, la credenza che esistano valori estetici eterni e assoluti, e tutti i meccanismi di potere che su queste cose si fondano, compresi quelli che gli pagano lo stipendio.
Non perdete questi incontri!


Seminario sulle Culture Pop dell’Asia Orientale

Calendario incontri marzo-aprile 2009

 

giovedì 26 marzo, ore 15

Alvise Morato (alumnus, Università Ca’ Foscari)

I confini del (mio) mondo

Anime e sekai kei, un'introduzione


venerdì 3 aprile, ore 11

Cristian Posocco (direttore editoriale, Flashbook Edizioni, Bologna)

COME TI CUCINO IL MERCATO DEL MANGA

Ricette, ingredienti e trucchi utili per divincolarsi e sopravvivere nell’editoria con gli occhi a mandorla in Italia

 

lunedì 20 aprile, ore 11

Francesco Filippi (regista e sceneggiatore di animazione, Studio Mistral, Bologna)

HO BLURATO TANTO IL PRIMO FRAME

La comunicazione nell’animazione giapponese: stili, tecniche e radici culturali

 

martedì 28 aprile, ore 17

Yupa (independent scholar)

SILENZI D'ORO
Pratiche di censura su anime & manga in Giappone, tra politica, religione, tabù e nuove strategie di mercato

 

 

Gli incontri, aperti a tutti, si terranno presso la Sala A del Dipartimento di Studi sull’Asia Orientale, Palazzo Vendramin ai Carmini, Dorsoduro 3462.

 

Per qualsiasi informazione: culturapop09@gmail.com;
www.culturapop09.wordpress.com.

 

Attività realizzata dal gruppo studentesco Poppu Pawā!!! con i fondi per le attività formative autogestite dagli studenti dell’Università Ca’ Foscari e il supporto del Dipartimento di Studi Sull’Asia Orientale e dell’Associazione Culturale Zassō.

 

Seguirà a breve la programmazione per il periodo maggio-giugno.

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categoria:anime manga
domenica, 08 febbraio 2009
Ho recuperato un vecchio post scritto tipo 2 anni fa.

Mi stavo annoiando a morte, in un viaggio in treno tra Brescia e Venezia durante il quale mi era morto il lettore cd, pile esaurite. Così ho pensato, ispirandomi alla canzone ormai classica degli Offlaga Disco Pax, Robespierre, che non dice nulla alla mia (?) generazione, parla di cose successe perfino prima della mia nascita. Allora ho concepito, potrei provare a rifare una mia enumerazione di cose tipicissime dei miei anni preadolescenti, che coagulino intorno a sè decine di milioni di miei coetanei in Italia, e insieme fondare un partito che difenda la vita fin dal concepimento e debelli tutto questo maltempo che, insieme al bullismo, mette costantemente l'italia in ginocchio.
Elaborazione di narrative che definiscono generazioni.
C'è molto di peggio, in giro.
Tipo, generazione di elaborazioni che definiscono narrative.
Del resto, la nostalgia è un sentimento reazionario.
La lista è la forma più neutra, ancorché certo non neutra.
E comunque non è una cosa troppo seria.

Ecco quindi il mio personalissimo enueg-plazer, carotaggio dei giocondi anni 1991-1994, età dell'ingresso nella teen age. Si vede che non ci ho pensato per più di qualche minuto, ma l'esperimento è stato divertente lo stesso. Anzi, se qualcuno legge veramente questo blog, lo invito ad aggiungere cose nei commenti, se vuole.

Sipario. Parte la base in chiptune.

Ho fatto l'esame di licenza media nel 1993. Tangentopoli era come l'Universo: in espansione. La professoressa mi chiese di Massimiliano Robespierre. Le risposi che i giacobini avevano ragione, e che Terrore o no, la Rivoluzione Francese era stata una cosa giusta.
La professoressa non ritenne di fare altre domande.

Ma abbiamo anche molti ricordi di quel piccolo mondo antico, Fogazzaro:

My name is Maurizio Cocciolone
I Nirvana che suonano al programma della Dandini
Mangazine
La Peugeot 309 di papà
Il Karaoke di Fiorello
Street Fighter II CE Turbo!!
Hanno ucciso l'uomo ragno, chi sia stato non si sa
Kevin Costner all'apoteosi
Vuoi pure queste? Bettino vuoi pure queste?
Rhythm is a dancer
Ambra con l'auricolare
I Take That
I Take That al programma di Ambra con l'auricolare
Era meglio morire da piccoli, che vedere 'sto schifo da grandi
Bossi e trecentomila bergamaschi in canottiera in Sardegna
Quando meno te l'aspetti, come una bomba
il meraviglioso clip di Potere alla parola
visto ovviamente su Videomusic
(cazzo, all'epoca non sapevo chi fosse Alex Infascelli, e nemmeno Asia Argento)
Senna che muore a Imola
Ratzenberg che muore a Imola, ma nessuno se lo ricorda
il rock italiano post-litfiba e intra-grunge
omaggio a un uomo che sogna, dentro un uomo che affonda
e a Dookie, che non è rock italiano
l'inspiegabile fad dei ciucci di plastica
la Sampdoria in finale di coppa dei campioni
(...)

(lista aperta)

Fine del post intimista, ma sanguigno, come un album degli Avantasia. Brr.
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categoria:music, internet, wasteland
domenica, 25 gennaio 2009
«Resistance is fleeting». Così canta, e screama (ma non screma) Francis Mark, il frontman batterista-twin-vocalist-di-sé-stesso del gruppo che, essendosi disciolto da poco, è già diventato la mia icona di riferimento per la sempre più burgeoning scena metal-core sotto etichetta Vagrant. Parla uno che lo stato dell’arte dello scream è Territorial Pissings dei Nirvana, eseguita da sé medesimo.

Dall’autunno alle ceneri, il passo è breve.

Tra l’autunno e le ceneri, ci sono l’Avvento, il Natale, l’Epifania, la Candelora, San Biagio, San Faustino e il Carnevale. Nonché 4 album da studio e un tot di EP, peraltro assai stilisticamente discontinui (l’esordio, Too Bad You’re Beautiful, 2001, oltre a essere suonato piuttosto malino, è decisamente troppo metal per i miei gusti).

La cosa migliore dei FATA è probabilmente il live di pre-scioglimento, At Looney Tunes, 2008, che è crisp and delivered in a way that really strikes where it has to. Molto molto bello. La sua ossatura è il buon ultimo album, Holding a Wolf by the Ears (una frase di Thomas Jefferson, se ben ricordo), che è considerato come il loro lavoro più accessibile, e ha un lotto di canzoni davvero toste. Come l’opener, Deth Kult Social Club, che è un po’ una variante del genere che fanno i Buena Vista Social Club, ma meno metal. Essa canzone raggiunge esiti di commistione screamo-melodica davvero toccanti (apprezzerete la variazione nella melodia tra la versione live e quella dell’album), in un loop amelodico-melodico, con un giro di chitarra finale a spirale invertita (e quindi indubbiamente satanista) estremamente ficcante.  Però alla lunga stufa. Aggiungiamo l’ottima Everything I Need, che si apre con la creazione di un milieu ominoso fatto di nugoli di chitarre distorte vagamente stoner, e poi si articola come un solidissimo pezzo hardcore, cattiverrimo eppur melodico (anche questa dal vivo ha più molto mordente live).

In effetti, nella produzione dei FATA, convivono brani spiccatamente metallosi (con urtanti per orecchie punkettine tempi scanditi in doppio pedale, nonché solipsistici bridge e assoli in simil-virtuosità citaristica), ballate emo più sentimentali, e bruciante songwriting hc (il songwriting hc è o "bruciante" o "abrasivo"), sebbene (come è ovvio), quest’ultimo sia più tendente alla new school (uno dei modelli dichiarati dei FATA sono gli Earth Crisis, per dire) che ad altro. Poi comunque capita di trovarti robe tipo Daylight Slaving o Underpass Tutorial, che sono gradevole punk-pop emoato de nos jours, but with an edge.

Una cosa che si nota dei nostri è il gusto per la ricerca del riffone (o riffetto, dai) memorabile, cosa che non sempre viene benissimo, essendo l’esito smaccatiello sempre un rischio possibile (vedi la pur anthemica Recounts & Recollections, o anche Travel, che almeno ha velocità doppia). Si può dire che finché i tempi rimangono  spediti, addirittura thrash, si riescono a mandare giù tutte le smetallate e a godere tutto sommato della foga esecutiva e dell’attitudine del combo di Long Island (ciò si apprezza per esempio nella pur non memorabile On the Offensive). Quando si rallenta o si va sull’intimistico, le cose perdono freschezza, inevitabilmente, e guadagnano grevità, e forse anche appeal per l’altra metà del cielo di cui si compone un ipotetico fandom dei FATA: un certo tipo di metallari moderati.

Insomma, una discografia di tutto rispetto, ma non uniformemente incisiva. Capace comunque di regalare, con la sua letteralmente ultima canzone (Pioneers), momenti di spersonalizzazione poetica di grande rarità, in una sottoscena che di per sé sarebbe caratterizzata da inevitabili iper-tematizzazioni della voce cantante che dice ‘io’. Come direbbe Benveniste, abbasso il débraillage enunciazionale, ma in cambio viva il bricolage di quelle mensoline che hai riverniciato, amo’ sono davvero un bijou.

 

the shores are exhausted the tide is receding

 

Canzone che riesce a intridere immagini politiche di una straziante venatura allegorica: la ricerca (frustrata) di una frontiera su cui esercitare attivistica violenza coloniale come antidoto alla senescenza del mondo vecchio e alla propria inquietudine esistenziale, più una margherita, due capricciose, un calzone, 16 euro e 50. Questi sì che sono post-colonial studies.

E quelli che resistettero, furono trascinati fuori dalle loro case, questa collana, è fatta coi loro denti e ossa. Wow.

[anche il resto dell’album, ha delle liriche niente male]

[anche il video di Pioneers, in sé piuttosto mediocre, è a modo suo interessante, soprattutto perché riflette la necessità di mostrare contemporaneamente la stessa persona che fa due linee vocali diverse; un abuso di sovraimpressioni ci sarebbe stato meglio, secondo me, vedi futuro post sulla sovrimpressione nel videoclip. Anticipazione: why do all good things just come to an end? Chi indovina il riferimento vince un viaggio con me a TRL Milano in concomitanza del Convegno AISTUGIA 2009]

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categoria:music, music video studies
sabato, 24 gennaio 2009

Saluti,

Il mio nome e Steven Gouge, sono un ingegnere elettronica. Vorrei essere molto interessati ad offrire un part-time pagamento di posti di lavoro in cui si potrebbe guadagnare molto. Ho la mia personale aziendale, gestire i "IBM Electronic Group, Inc.

 

Cio che devi fare PER NOI

Attualmente, l'elettronica vendere roba: TV, telefoni cellulari, Camcoders, Notebook,l'elettronica e gli altri, ho estendere la mia azienda su Europa, dove i vendere molto buona la mia elettronica, negli Stati Uniti sono molti Elettronica del Gruppo e la maggior parte dei persone non sono interesed ad acquistare dalla mia societа, perchй ci sono il piu grande societа come Dell e altri, per cui devo vendere in Europa, dove i miei cento ora e molto buona. Ho alcuni clienti provenienti da Italia, vogliono acquistare dal mio societа, ma il problema e che hanno "Gruppo BANCO SAN MARCO" Conti e la mia azienda si basa per il pagamento in modo rapido, sono i viaggi in Italia l'ultimo settimana di aprire un "Gruppo BANCO SAN MARCO" account, ma non posso farlo. Io non sono pronta ad affrontare, come vorrei essere in viaggio molto nel frattempo. Quindi, attualmente, supponendo che si sarebbe in grado di affrontare con pagamento in contanti, "Mi sarebbe disposto ad assumere su base contrattuale per il pagamento rappresentante negli Stati
"Western Union, bonifico bancario"

 

Così si è aperto il mio 2009, e ho subito capito che sarebbe stato un anno-figata.  Dev’essere il cielo, il cielo dev’essere, che ha ispirato la Ca’ Foscari, nota azienda produttrice di aspirapolveri e di mobiletti da bagno laureati, a trasformare il tesserino di tutti i suoi clienti in una carta prepagata del Banco San Marco (il quale adesso conosce robe tipo la mia data di nascita senza dover fare la fatica di diventare mio amico su facebook)! E tra quei fortunelli, ci sono anch’io (pensate!). Anca mi!

Quindi, ingranerò alla grande. Grana arrivo! Grande!

postato da: perspazi alle ore 15:56 | Link | commenti (5)
categoria:wasteland
venerdì, 23 gennaio 2009

Mi ci sono voluti più di 6 mesi per capire che il mio blog su facebook non lo stava leggendo nessuno. Eppure avevo addato a palla un sacco di tipi che ci stavano dentro non bene, bene+, che figa smenavamo la balorda troppo bene fes.

Quanto tempo perso. Per rimettermi velocemente in pari, post sintetici.

 

Tipo, le seguenti persone sono gay.

 

Ma non è solo questione di sintesi, ottimizzazione delle risorse, materialismo, no no no. È che siccome io studio la Cultura Orientale, così intrisa di spiritualità, e lo studio della Cultura Orientale mi ha permesso di penetrare la più intima essenza della Cultura Orientale, ho imparato che la forma della non forma è la vera forma, e altre cose così.

Commenti veloci per gente veloce.

 

Katy Perry – Hot’n’Cold (Alan Ferguson, 2008). C’è gente nello stardom convinta che gli anni ’80 siano stati il massimo della fissa in fatto di divertimento. Io, da parte mia, non mi rallegrerò mai abbastanza del fatto che lo studio dei kanji mi abbia fatto perdere gran parte dei ricordi d’infanzia relativi alla cultura pop di quel periodo buio della storia dell’umanità. Ogni casetta imparata è stata un chiodo sulla bara di Nick Kamen e degli Europe (citarne due per punirne cento). Video pieno di inseguimenti, BMX, sosia di Jack Nicholson, rollerblade, hula-hoop e danze spensierate, Hot’n’Cold fa anche un ricorso smodato al product placement, per cui la canzone non è necessariamente la cosa più importante da vendere. Il balletto in abito da sposa, gli manca solo la mossa del robot e quella del braccio rotto.

Metallica – The Day That Never Comes (Thomas Vinterberg, 2008).  Il video che secondo autorevoli politologi internazionali rappresenta una delle conseguenze più terribili dell’11 settembre. Maledetti terroristi nemici della libertà. 8 minuti ammorbanti di una band senza idee che esegue una canzone inventata au fur et à mesure che viene suonata. The end that never comes. Il tutto riempie 2 o 3 slot di Superock che invece potrebbero essere impiegati in modo ben più fruttuoso con un video degli Extrema che cantano "abbandolistic life" mentre una ragazza fa il bagno nella tinozza, o con una lezione di Elena Santarelli sulla e-democracy. La regia di Thomas Vinterberg rappresenta ufficialmente l'epitaffio di Dogma 95.

The Verve – Love is Noise  (Sam Brown, 2008). Facile vincitore del premio "my personal best video of the year" 2008, almeno a livello di mainstream. La Repubblica Popolare di Corea ha fornito immagini di repertorio splendide, come i bruciatori delle navi che incrociano al largo del porto di Arcangelo. Vederle proprio in coincidenza delle prime Olimpiadi Estive ospitate da un paese fascista dal 1936 a questa parte mi ha fatto riflettere su tante cose. Ma poi ho gioito come un pazzo per le vittorie, le imprese, i sacrifizii, dei nostri angeli martiri eroi dell’amata patriaitaliana.

Coldplay – Viva la Vida (Hype Williams, 2008). Qualcuno li fermi, sono impazziti. Passino le divise stile Ministri stile Kasabian in Empire (gran video, W.I.Z., 2006), passi la regia del sempre poliedrico Hype Williams, ma gli affreschi (Correggio sottèrrati) con effetto intonacato sono una delle tre cose più basse viste nella storia del videoclip. Viva la Vida è dotata di una melodia talmente pastorale e rassicurante che a confronto E sono solo un uomo sembra una canzone dei Choking Victim. Una nenia clamorosa denia delle pubblicità del nuvenia, o di un servizio di Studio Aperto in cui adesso Giuseppina ci guarda dall’alto col suo sorriso buono, o del promo della nuova fiction chitarrona di Raiuno. Già pronta per l’inserimento nel canone della messa beat e di quelli che dopo suonano La canzone del sole per rimorchiare in spiaggia, Viva la vida si segnala anche per una danza di Chris Martin che non ha proprio niente da invidiare a quella di Katy Perry in Hot‘n’cold. Ehi, Chris, che ti è successo? Una volta eri fico! Qualcuno li fermi, davvero.

Kanye West – anything goes. Poi c’è quello che si è impuntato coi video d’autore. Dopo quella volta che ci rimase molto, ma molto male agli EMA (ricordiamo la frase immortale: «This video cost a million dollars, man!»), il mitico Kanye ha deciso di fare solo roba bbona, piggiami de cotone co li mejo registi che cce staveno. Flashing Lights (Spike Jonze & Kanye West, 2008) è poco più che una trovata, in finto one take, per quanto meriti interesse in quanto viulento e antimachista (o feticista o masochista, ognuno legga come vuole…) (violencia machista / violencia fascista). Love Lockdown  (Simon Henwood, 2008) setta nuovi standard nei post-colonial studies, gayatri chakravorty spivak maramax bullets prostaganalà. Heartless (Hype Williams, 2008) invece è all’insegna del rotoscopio, e, visto l’abbellimento prodotto sul già giovane carino e abbronzato(TM) Kanye, pure del ritoccoscopio. Oh, l’hanno ritoccato a tal punto che non sembra più lui! (laughter track). Ho fatto una battuta alla Striscia la Notizia. Spiegare le battute, e iniziarle con “oh”, sono due dei tre stilemi fondamentali di Striscia. Il terzo è essere forte con i deboli e debole con i forti. Il Gabibbo! Le Velineee! Natale al cesso.

Pink - So What (Dave Meyers, 2008). Povera Pink, imprigionata nel clichè di quella sempre un po’ tomboy un po’ overthetop, le mie amiche sono tutte delle pazze, andiamo a ballare al Revenge, birra oi! e divertimento. Risucchiata, non si sa quanto nolente, nel vortice dell’exposure dei cazzi suoi, e di un paio di tettine.

postato da: perspazi alle ore 13:52 | Link | commenti (2)
categoria:music, television, wasteland, music video studies